Le storie hanno origini lontane, sono echi di cose già vissute. Eppure, sono sempre così presenti al punto che persino l’attesa di Penelope per l’amato Omero, lunga due decenni, ci riguarda. Persino l’inquietudine di Leopardi. Persino il dolore di Primo Levi.
Tutte quelle parole scritte, e rimaste intatte nel tempo, ci appartengono perché sono incredibilmente capaci di raccontare anche una parte di noi.
Da piccoli, prima del sonno, ascoltavamo le storie. Sotto le nostre coperte, affrontavamo draghi, mostri, viaggi infiniti, mondi distanti e guerre combattute da uomini coraggiosi. Poi ci addormentavamo sereni, perché ci sentivamo capiti.
Perché ognuna di queste storie generava empatia. E l’empatia, tra le altre cose, ci insegna che non si è mai da soli.
E credo che sia proprio questo il segreto dello storytelling: raccontare storie in grado di interpretare i bisogni di chi le ascolta.
Storie che riescano ad attraversare il cuore, anziché le orecchie. Ma le storie, però, non sono fatte per essere custodite nei libri, sono fatte per correre. Le storie sono dappertutto.
Soprattutto, dietro le mani di ogni lavoratore c’è una storia. Dietro le tue mani c’è una storia. Ed è proprio ciò che ti spinge, ogni mattina, a rimboccarti le maniche.
Non ho alcun dubbio: questa storia qui vale la pena di essere raccontata, affinché chiunque si relazioni con il tuo brand, si senta accolto.
Affinché chiunque possa riconoscersi nei tuoi stessi valori.
La prima cosa che bisogna chiedersi è: a chi deve essere raccontata questa storia? Individuare l’ascoltatore – e quindi il target – ci aiuta a scrivere le storie nel modo giusto. A raccontarle nei luoghi e nei tempi giusti.
Poi ci vuole l’amore, al volume che serve, per tramandarla. Lo stesso identico amore che hai sentito la prima volta in cui hai capito che la tua tua azienda doveva nascere e che il tuo lavoro doveva diventare un dono per gli altri.
Già, perché i segreti del tuo mestiere non possono rimanere nascosti. Bisogna raccontarli scrivendo una storia che abbia radici in tutto ciò che “c’era una volta”, ma con i rami sempre protesi all’oggi. Perché è proprio oggi che bisogna tramandarla e farla correre dappertutto per raggiungere il domani.
Fare storytelling vuol dire innanzitutto mettersi in ascolto. Quindi, sono pronta. Ho già le orecchie tese verso tutti quei segreti che mantieni dentro di te, ma che non vedono l’ora di correre al di fuori.