Quando le parole diventano resistenza

Pubblicato il: 17/09/2025 – 12:15
palestina

Ci sono momenti della storia in cui le parole pesano più delle armi. Lo vediamo in Palestina, dove non si parla solo di guerra, ma di un genocidio che lacera corpi, terre, memorie. Ed è proprio in questi tempi che la comunicazione diventa terreno fragile: basta un titolo distorto, un termine edulcorato, una parola taciuta per cambiare il volto della verità.

Il peso delle parole

Il termine genocidio nasce dall’unione di due radici: il greco genos, che significa stirpe, popolo, e il latino –cidium, che significa uccisione. È la parola che più di tutte racconta l’annientamento deliberato di un popolo nella sua interezza: non solo vite spezzate, ma memoria cancellata, radici estirpate, identità rese invisibili. Scegliere di usare questa parola non è un vezzo linguistico, è un atto politico e umano. È dire le cose per ciò che sono, senza attenuarle, senza travestirle da altro.

Quando le parole diventano resistenza - 3 - Storie d'inchiostro

E qui entra in gioco la responsabilità di ciascuno di noi.
Ogni essere umano – non solo i giornalisti o chi ha una piattaforma pubblica – ha il dovere di custodire le parole. Perché le parole non sono mai neutre: possono svelare o occultare, illuminare o confondere, generare coscienza o anestesia.

Usare le parole giuste significa riconoscere l’umanità dell’altro. Significa non ridurre le persone a numeri, non piegare le storie alla comodità di una narrazione semplificata. Significa scegliere di non chiamare “danni collaterali” ciò che sono bambini uccisi, di non dire “conflitto” quando si tratta di genocidio, di non usare il silenzio come complicità.

La comunicazione come resistenza

Quando le parole diventano resistenza - 4 - Storie d'inchiostro

E dobbiamo smetterla di pensare che questo non ci riguardi.
Ogni parola che scegliamo o che evitiamo di pronunciare ci rende parte di ciò che accade. Non esiste neutralità: anche quando parliamo, siamo responsabili; anche quando tacciamo, siamo complici. L’idea che ciò che succede dall’altra parte del mondo non abbia nulla a che fare con noi è un inganno comodo. La verità è che ci riguarda, eccome: ci riguarda come esseri umani, come custodi di memoria, come voci che possono ancora opporsi al silenzio.

Un invito necessario

Smettiamo di pensare di non essere coinvolti. Usiamo le parole con cura, sempre. Nei social, nelle conversazioni, nei silenzi che decidiamo di rompere. Perché non è mai solo questione di lessico: è questione di coscienza, di responsabilità, di vita.

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Oggi vi lancio una call to action fastidiosa, che non rimanda ai miei servizi ma al vostro senso del dovere: date il giusto nome alle cose.
Le parole non sono solo parole: le parole ci salvano, ci difendono, ci restituiscono il senso delle cose. Le parole sono sempre resistenza.

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