Nella comunicazione — personale, aziendale, pubblica — esiste una convinzione dura a morire: se qualcosa va storto, basta spiegare, dire meglio, dire di più, dire ancora. E invece no.
Ci sono momenti in cui le parole non chiariscono. Arrivano dopo. E quando arrivano dopo, spesso, sono superflue. È lì che nasce la sovra-comunicazione: una sequenza di messaggi che non aggiungono senso, ma rumore.

Lo si vede spesso nella gestione delle crisi comunicative. Un’azienda o una persona pubblica finisce al centro di una polemica, di un errore, di una situazione delicata.
All’inizio una spiegazione è comprensibile. Poi arrivano le precisazioni. Poi i chiarimenti. Poi altre parole per correggere le parole precedenti. A quel punto la comunicazione smette di essere dialogo e diventa difesa dal silenzio.
E il silenzio, anziché essere uno spazio utile, viene vissuto come una colpa.
Lo abbiamo visto chiaramente anche nella cronaca italiana con il caso che ha coinvolto Chiara Ferragni.
Al di là dell’errore iniziale — che non è il centro di questo discorso — ciò che ha colpito è stato il dopo: una lunga sequenza di parole, scuse, spiegazioni, video, chiarimenti. Tutte corrette, prese singolarmente.

Ma nel loro insieme hanno generato un effetto opposto a quello desiderato: non hanno chiuso la questione, l’hanno prolungata. A un certo punto, per l’opinione pubblica, il problema non era più capire. Era assistere a una comunicazione che sembrava non riuscire a fermarsi.

Uno degli errori più comuni nella comunicazione di crisi è pensare che tacere significhi sottrarsi alle responsabilità. In realtà, il silenzio può essere:
Il tempo è parte della comunicazione. Ignorarlo significa peggiorare il messaggio, anche quando è scritto bene.
Esiste una soglia oltre la quale le parole perdono efficacia. Una soglia oltre la quale, quelle parole, non convincono più, non chiariscono, stancano. Capire quando fermarsi è una competenza rara. E vale per i brand, per le aziende, per chi comunica online, ma anche per la vita quotidiana.
Non serve essere famosi per cadere nella sovra-spiegazione. Succede nei messaggi troppo lunghi. Nelle giustificazioni non richieste. Nelle parole che aggiungiamo per paura di non essere capiti.
Spesso il punto giusto era già stato detto. Il resto nasce solo dal bisogno di controllo.

La “parola” è uno strumento molto delicato. Può costruire, ma può anche sovraccaricare. Il vero talento comunicativo non è parlare sempre. È riconoscere il momento esatto in cui le parole hanno già fatto il loro lavoro. Perché a volte la comunicazione migliore non è dire un’altra cosa, ma avere il coraggio di tacere.
Se anche tu senti che le parole vanno maneggiate con cura, su Storie di Inchiostro parliamo proprio di questo: scrittura, comunicazione e silenzi che dicono più di mille frasi.
Puoi continuare a leggere il blog, oppure fermarti un attimo, qui. Anche il silenzio, a volte, è parte del percorso.